Le parole possono far male, ma talvolta il tacere può annientare

Le parole fanno male, possono sminuire il valore di una persona, umiliarla,  ferirla, ma in certi contesti  è il tacere  che annienta.

Pur essendo il silenzio un’ottima modalità  di comunicazione, a volte però può essere insopportabile.

E’ quel silenzio, che è al posto della parola, che non viene pronunciata, ma che si aspetta con ansia: è quel tacere assordante che si unisce ad uno sguardo impietoso di chi si è chiuso in se stesso, lasciando l’altro impotente, confuso, senza una spiegazione, senza alcuna possibilità di interagire. E’ il silenzio di chi “urla” di non essere più disponibile per l’altro, perché non merita più niente, solo l’indifferenza ed il non riconoscimento.

Da modalità di difesa o di fuga dalle proprie responsabilità il tacere diventa così un modo di offendere, di evitare il confronto, di non voler comunicare neppure la propria contrarietà.  Il tacere è infatti uno dei modi più crudeli di manipolazione, di controllo e di punizione. Viene utilizzato a volte per far sentire in colpa l’altra persona e quindi per ottenere da lei il comportamento che si vuole: non si è interessati infatti a risolvere il conflitto con il confronto, ma solo a sottometterla a sé.

Il tacere  è indubbiamente il comportamento più subdolo e più pericoloso, perché toglie la dignità, toglie valore all’ altra persona e mette a rischio la lealtà e la fiducia, che sono invece delle qualità indispensabili in un  rapporto sano.

Il non detto genera una grande confusione ed una insopportabile inquietudine, che amplifica i malintesi, le ambiguità, le incomprensioni,  che poi saranno difficilmente  superabili. All’inizio genera un senso di impotenza, di smarrimento, di frustrazione, di rabbia in  chi vorrebbe una parola, un perché, un’apertura da parte dell’altro all’ ascolto di ciò che vorrebbe dirgli, ma poi può anche arrivare a nuocere gravemente chi ne è vittima.

 

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